Penso alla Sicilia.
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È il pomeriggio di martedì 15 settembre.
Grazie a una chiacchierata con una signora che è iscritta in uno dei miei gruppi WhatsApp mi torna in mente un progetto musicale a cui avevo pensato tempo fa.
Fresco di Sicilia, mi torna la voglia di creare una scaletta di canzoni da cantare, tributo al maestro Franco Battiato.
Alcune le avevo già inserite nella scaletta per il mio quarantesimo musicale.
Mi piace e mi affascina una scaletta di canzoni di Battiato da cantare alla tastiera.
Vuol dire rendere ancora più concreto il mio cammino interiore, in un momento particolare.
Una delle canzoni che avevo scelto è "Io chi sono?".
E poi ci sono "Centro di gravità permanente", "L'ombra della luce", "Incantesimo", "Le sacre sinfonie del tempo", "Un oceano di silenzio", "Un irresistibile richiamo".
E ancora "La stagione dell'amore", "Bandiera bianca", "Voglio vederti danzare" e "Mesopotamia".
Sono le canzoni che più sento vicine in questo momento. Ognuna apre una porta diversa, e insieme diventano un piccolo viaggio dentro.
Un tributo semplice, suonato alla tastiera, per dire grazie al Maestro. Per dire grazie a quello che ha lasciato, che continua a parlarmi anche adesso.
Non ho fretta. Le canzoni le farò decantare una per una, le proverò con calma. Se dovranno prendere forma, lo faranno da sole, al momento giusto.
Alla fine, sarà soprattutto un modo per ritrovarmi in Sicilia, in quei giorni, in quella luce, in quel silenzio che mi ha fatto bene.
Un modo per tenere vivo quel filo, anche adesso che sono tornato.
È come se questo tributo, nato quasi per caso in un pomeriggio qualunque, fosse in realtà la continuazione naturale di tutto quello che ho vissuto nelle ultime settimane. La Sicilia mi ha lasciato una traccia profonda, un modo diverso di ascoltare, di respirare, di stare dentro le cose. E Battiato, con le sue canzoni, diventa il ponte perfetto tra quel silenzio e ciò che sto vivendo adesso.
Più ci penso, più sento che questa scaletta non è solo un elenco di brani, ma una specie di mappa interiore. Ogni canzone ha un punto preciso in cui si aggancia alla mia storia, alla mia ricerca, al mio bisogno di capire meglio chi sono e dove sto andando. “Io chi sono?” è una domanda che non smette mai di lavorare dentro, e cantarla alla tastiera significa darle spazio, lasciarla risuonare senza paura. “Centro di gravità permanente” è il desiderio di stabilità, di un punto fermo che non si sposti più. “L’ombra della luce” è quella parte più spirituale, più sottile, che in Sicilia ho sentito forte, soprattutto nelle sere lente, quando tutto sembrava più vero. E poi ci sono brani come “Un oceano di silenzio”, che diventano quasi un riflesso di ciò che ho provato in quelle notti: un silenzio pieno, vivo, che non fa paura ma accompagna.
Cantare queste canzoni sarà come rimettere ordine, come dare un nome alle sensazioni che mi porto dietro. Non è un progetto da fare di fretta, non è una scaletta da preparare per forza. È un percorso che si apre da solo, che cresce piano, che si lascia scoprire. E mentre lo preparo, mi accorgo che sto tenendo viva quella luce siciliana, quella calma che mi ha fatto bene. È un modo per non perdere il filo, per continuare a camminare con lo stesso passo, con la stessa attenzione.
Forse, alla fine, questo tributo sarà anche un modo per dire grazie a me stesso: per aver saputo ascoltare, per aver saputo fermarmi, per aver saputo riconoscere che certe cose arrivano quando devono arrivare. E quando metterò le mani sulla tastiera, quando partirà la prima nota, sarà come tornare lì: in quella casa, in quelle sere, in quella Sicilia che continua a parlarmi.
E più ci rifletto, più mi accorgo che questo progetto non è soltanto musicale: è una specie di diario sonoro, un modo per fissare ciò che in questi giorni si muove dentro di me. Le canzoni di Battiato non sono semplici brani da eseguire, sono stanze in cui entrare, ognuna con una luce diversa, ognuna con un odore, un ricordo, una domanda che torna a bussare.
Quando penso a “Un irresistibile richiamo”, sento proprio quella forza che mi ha portato in Sicilia e che adesso mi spinge a rimettere le mani sulla tastiera. È come se ci fosse qualcosa che vuole essere detto, ma non con le parole: con le note, con il respiro, con quel modo di cantare che non è mai solo canto, ma ricerca. “Le sacre sinfonie del tempo” invece mi fa pensare a come certi momenti arrivino quando devono arrivare, senza che tu li possa forzare. È una canzone che parla di cicli, di maturazione, di attese che non sono vuote ma piene di senso. E forse è proprio questo che sto vivendo: un tempo che si sta riordinando, che si sta chiarendo.
E poi c’è “Un oceano di silenzio”, che non è solo un titolo ma una sensazione precisa. In Sicilia quel silenzio l’ho sentito davvero: non un’assenza di rumore, ma una presenza forte, quasi una compagnia. Cantarla sarà come tornare lì, come riaprire quella porta che si è spalancata da sola, senza che io la cercassi. “Incantesimo”, invece, è la parte più misteriosa, quella che non si spiega. È la musica che arriva quando meno te l’aspetti, quella che ti prende e ti porta altrove. È la magia che Battiato ha sempre saputo creare, e che io vorrei provare a sfiorare, anche solo per un attimo.
In fondo, questo tributo è un modo per restare fedele a ciò che ho sentito in quei giorni: la calma, la luce, la lentezza, la gratitudine. È un modo per non perdere quel filo sottile che mi ha accompagnato dal primo all’ultimo giorno del viaggio. E mentre preparo la scaletta, mentre immagino le prime prove, mi accorgo che sto già camminando dentro questo progetto. Non è qualcosa da fare: è qualcosa da vivere.
E allora, mentre continuo a mettere insieme questa scaletta che ormai non è più solo un progetto ma una specie di viaggio, mi accorgo che ci sono altre due canzoni che meritano spazio, perché parlano a modo loro, perché aggiungono un colore diverso: “Mesopotamia” e “Niente è come sembra”.
“Mesopotamia” è una di quelle tracce che ti spiazzano. Non è lineare, non è rassicurante, non è una melodia che ti prende per mano: è un mosaico, un intreccio di simboli, di civiltà antiche, di richiami che sembrano lontanissimi e invece ti toccano. Cantandola alla tastiera, sento che diventa quasi un rito: un modo per ricordare che tutto ha radici profonde, che ogni ricerca spirituale non nasce oggi ma affonda in un terreno antico, pieno di storie, di popoli, di domande che l’uomo si porta dietro da sempre. È una canzone che ti mette davanti alla complessità, che ti dice che la tua interiorità non è un’isola ma un territorio vasto, stratificato, pieno di correnti che si incontrano. E forse è proprio questo che mi affascina: l’idea che il mio cammino di adesso non è isolato, ma parte di qualcosa più grande, come se ogni passo risuonasse in un luogo antico, in una “Mesopotamia” personale.
“Niente è come sembra”, invece, è un’altra porta. Qui Battiato diventa quasi un maestro zen: ti ricorda che la realtà non è mai solo quella che vedi, che c’è sempre un livello sotto, un movimento nascosto, una verità che non si mostra subito. Cantare questo brano significa accettare che le cose cambiano, che ciò che appare non è tutto, che la vita è fatta di strati. E in questo momento, dopo la Sicilia, dopo quel silenzio che mi ha rimesso in ordine, sento che questa canzone parla direttamente a me. Mi dice di non fermarmi alla superficie, di non accontentarmi delle prime impressioni, di continuare a cercare. È una canzone che invita a guardare meglio, a guardare dentro, a non avere paura di scoprire che ciò che sembrava chiaro forse non lo è, e che va bene così.
Aggiungere “Mesopotamia” e “Niente è come sembra” alla scaletta significa completare il cerchio: da una parte la radice antica, la memoria, la profondità; dall’altra il dubbio, la percezione, la realtà che si trasforma. Sono due brani che non consolano, che non accarezzano: ti mettono davanti alla verità, quella vera, quella che non si può semplificare.
E allora, mentre questa scaletta continua a crescere e a prendere forma, sento che ci sono ancora due brani che non possono mancare, perché aggiungono un altro livello, un’altra profondità: “Tutto l’universo obbedisce all’amore” e “Summer on a Solitary Beach”.
“Tutto l’universo obbedisce all’amore” è una dichiarazione che non ha bisogno di spiegazioni: è una visione, un modo di guardare il mondo. Cantandola, mi sembra di entrare in una dimensione più ampia, dove ogni gesto, ogni incontro, ogni silenzio ha un senso preciso. È una canzone che ti ricorda che c’è un ordine, anche quando non lo vedi; che c’è una direzione, anche quando ti sembra di essere fermo. E in questo periodo, dopo la Sicilia, dopo quella luce che mi ha rimesso in equilibrio, questa idea risuona forte: l’universo non è caos, non è rumore, non è distrazione. È un movimento che segue una logica più grande, una logica che spesso si manifesta proprio nei momenti di calma, nei giorni in cui ti fermi e ascolti. Suonarla alla tastiera sarà come respirare meglio, come lasciare che quella frase diventi musica, come ricordarmi che tutto ciò che sto vivendo non è casuale ma parte di un disegno che ancora non vedo del tutto.
“Summer on a Solitary Beach”, invece, è un’immagine sospesa. Una scena che sembra semplice, quasi cinematografica, ma che nasconde una malinconia dolce, una quiete che parla di solitudine buona, quella che non pesa ma accompagna. È una canzone che ti mette davanti a un ritmo lento, a un modo diverso di attraversare la vita: senza fretta, senza rumore, senza bisogno di dimostrare nulla. E mentre la penso dentro la scaletta, mi accorgo che rappresenta perfettamente ciò che ho sentito in Sicilia: quel modo di camminare piano, di guardare le cose senza volerle afferrare, di lasciare che siano loro a venire verso di te. Cantarla sarà come tornare a quelle strade, a quei pomeriggi, a quella sensazione di essere dentro un tempo che non corre, che non scappa, che ti permette di respirare.
Aggiungere questi due brani significa completare ancora di più il quadro: da una parte la visione cosmica, l’idea che tutto obbedisce a una forza più grande; dall’altra la spiaggia solitaria, la scena che passa lenta, come un pensiero che non fa rumore. Sono due modi diversi di guardare la vita, ma entrambi parlano di verità, di ascolto, di un cammino che non si fa con la fretta ma con la presenza.
E così la scaletta diventa sempre più un viaggio: un insieme di porte che si aprono una dopo l’altra, ognuna con una luce diversa. Un modo per restare fedele a ciò che ho sentito, a ciò che sto cercando, a ciò che voglio tenere vivo anche adesso che sono tornato.
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