Notte surreale.
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Lunedì 7 settembre 2026, notte a Chiuduno. La casa è silenziosa, e io sono sveglio da un pezzo. Non riesco a dormire, ma non è un problema: certe notti non vanno dormite, vanno vissute. È la notte della partenza, quella che aspettavo da settimane, quella che ha trasformato ogni giorno in un tassello del conto alla rovescia.
Chiuduno fuori è fermo. Le strade sono vuote, le luci dei cortili spente, l’aria fresca che entra dalle finestre sembra dire che l’estate sta finendo ma non vuole ammetterlo. Io cammino piano per casa, senza fare rumore, come se stessi rispettando un rito. Le valigie sono lì, pronte, e ogni volta che le guardo mi sembra di sentire già l’odore del mare siciliano.
È una notte sospesa. Non sono più nei giorni dell’attesa, ma non sono ancora nel viaggio. Sto in mezzo, in quel punto preciso dove il cuore batte un po’ più forte e la mente corre avanti, immaginando l’arrivo, la luce, il caldo, la prima mattina in Sicilia.
Questa notte a Chiuduno non è una notte qualsiasi. È la mia notte di partenza. È il momento in cui tutto si prepara a cambiare.
La notte va avanti, lenta, senza fretta. Ogni minuto che passa sembra aggiungere un pezzo di consapevolezza: ci siamo davvero. Non è più un pensiero, non è più un programma scritto sul calendario. È reale. È qui. È questa notte.
Mi fermo un attimo vicino alla finestra. Chiuduno fuori è fermo, ma non è un fermo vuoto: è un fermo che sembra rispettare la mia vigilia, come se il paese sapesse che sto per partire. Le colline sono scure, la strada verso Trescore è un nastro nero senza macchine, e il silenzio è così pulito che quasi fa bene.
Dentro casa tutto è pronto. Ho controllato le valigie almeno tre volte, ma so che lo rifarò ancora, perché fa parte del rito. Maria Grazia dorme, e mi piace pensare che nel suo sonno ci sia già un po’ di Sicilia, un po’ di luce, un po’ di mare. Io invece resto sveglio, perché questa notte non voglio perderla. È l’ultima notte qui prima del viaggio, e voglio sentirla tutta.
Mi passa in testa il momento in cui chiuderò la porta, quello in cui scenderò le scale, quello in cui la macchina si metterà in moto. E poi l’autostrada, l’alba, il primo caffè preso in viaggio. Ogni immagine è nitida, come se fosse già successa.
E mentre cammino piano per casa, con quel silenzio che sembra fatto apposta per non disturbare i pensieri, mi sorprendo a immaginare l’aereo. Quello su cui salirò fra qualche ora. Quello che mi porterà via da qui, che mi solleverà dal buio della notte per portarmi nella luce della Sicilia.
Ci penso spesso, stanotte. Lo vedo già: fermo sulla pista, illuminato dai fari, con le porte aperte e quell’aria di viaggio che solo gli aeroporti hanno. Mi immagino mentre salgo la scaletta, mentre cerco il mio posto, mentre mi siedo e chiudo la cintura. E poi il momento più bello: quando l’aereo comincia a muoversi, lento, e io sento che tutto sta davvero iniziando.
Chiuduno intanto resta immobile, come se sapesse che sto per lasciarlo per qualche giorno. Le case dormono, le colline sono scure, la strada verso l’aeroporto è ancora un pensiero. Ma dentro di me c’è già il rumore dei motori, quel rombo che annuncia il distacco da terra. È strano: sono ancora qui, ma una parte di me è già in volo.
Mi fermo un attimo, respiro, e la notte sembra più intensa. È una notte che non vuole finire, perché sa che dopo arriverà il viaggio. E io la vivo tutta, minuto per minuto, pensando a quel momento in cui l’aereo si staccherà dalla pista e Chiuduno diventerà un puntino sotto le nuvole.
Fra qualche ora sarò lì, seduto, con Maria Grazia accanto, a guardare il cielo che si apre. E questa notte, così silenziosa e piena di significati, sarà diventata il primo passo del viaggio.
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