Notte surreale.

*03:00 - Conto alla rovescia e profumo di biscotti*

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03:00 | Martedì 29 luglio 2026  

_Nel bel mezzo del terzo conto alla rovescia del 2026_


Sono le 03:00 del mattino.  

Il silenzio di questa calda notte di luglio è bello e surreale.


Ed è proprio in questo silenzio di attesa che penso.  

I ricordi riaffiorano nella mia mente.  

Sono bei ricordi di estati passate, di estati lontane. Di pizze, canzoni, notti *scalze in Sicilia*.


E mentre mi trovo nel bel mezzo di un conto alla rovescia, è ancora più bello ricordare quei momenti di vita vissuta.  

È altrettanto bello attendere il mio prossimo viaggio.


Ricordi di notti.  

Di albe risvegliato dal profumo di caffè che entrava in casa dalle finestre, e dalle case dei vicini.  

E il forno, che sprigionava profumo di biscotti appena sfornati o pane caldo.  

Wow, era bellissimo.


In Sicilia, ascoltare il giorno svegliarsi a poco a poco...  

Da bambino ero affascinato dal profumo dei biscotti.  

Da ragazzo, a sentire quei profumi sognavo tutt'altro: sognavo una ragazza accanto a me. La mia donna.


E la Sicilia mi ha fatto una bella sorpresa.  

Perché un bel mattino di inizio estate, in quella stessa casa, in quello stesso stanzino, all'alba...  

avrei risentito quel profumo di biscotti appena sfornati che, dal vicino forno, il vento portava fino a me.  

E quel mattino mi sono risvegliato col profumo di biscotti e nel cuore una donna che sentivo già mia: *Maria Grazia*.


In seguito, proprio insieme alla mia Maria Grazia, avrei risentito quella stessa bontà di profumi.  

Wow, bellissimo.


Perché le notti, in Sicilia, sono surreali e particolari per me che vengo dal nord.  

Le mattine, i risvegli, le prime colazioni... in Sicilia sono qualcosa di più di una prima colazione.


Ricordare tutto ciò, nel silenzio di questa calda notte di luglio, qui a Chiuduno, al nord, nel bel mezzo di un conto alla rovescia...  

è fantastico. È qualcosa che mi fa sorridere, mi allevia anche il mal di testa, mi fa star bene.


Poi ascolto la musica.  

Le canzoni per l'estate dell'epoca.  

Wow.  

Il gioco è fatto.  

*Tutto questo è vita.*


E allora lascio che la playlist scorra, bassa.  

Ogni nota è un ponte tra Chiuduno e la Sicilia, tra le 03:00 di adesso e le albe di allora.  

Chiudo gli occhi un attimo e ci sono di nuovo: il caldo sulla pelle, il pavimento fresco sotto i piedi scalzi, il profumo che si mescola al vento.


Nel conto alla rovescia manca ancora.  

Ma va bene così. L'attesa ha il suo sapore, come il caffè all'alba e i biscotti ancora tiepidi.  

E se penso al prossimo viaggio, sorrido. Perché so già che ritroverò quei profumi, quelle risate, quel silenzio che parla più delle parole.


Per ora resto qui.  

Con la notte, con i ricordi, con la musica.  

E col cuore che, nel bel mezzo di un conto alla rovescia, ha già trovato casa.


---


Il caldo di luglio entra dalla finestra socchiusa e mi accarezza.  

Non c’è nessuno in giro. Solo il ronzio lontano di un condizionatore e, ogni tanto, il passaggio di un’auto che rompe il silenzio e poi sparisce.  

È in questi buchi di quiete che i pensieri si fanno più nitidi.


Penso alle estati che non tornano più uguali, ma che tornano comunque.  

Tornano nei dettagli: una canzone, un odore, il modo in cui il sole colpiva il muro bianco alle 6 del mattino.  

Tornano nelle persone. E Maria Grazia è lì, in mezzo a tutto, come il filo rosso che lega il bambino che annusava i biscotti al ragazzo che sognava, all’uomo che oggi scrive alle 03:00.


Il conto alla rovescia va avanti. Terzo del 2026.  

E io conto anche le cose belle che mi aspettano: un altro volo, un’altra porta che si apre sul profumo di caffè, un’altra colazione lenta con i piedi per terra e il tempo che si allunga.


Forse è questo il segreto.  

Non rincorrere l’estate.  

Lasciarla arrivare.  

Come il profumo dal forno del vicino. Senza bussare.  

Basta stare fermi, con il cuore aperto, e lei ti trova.


Adesso la notte si fa ancora più dolce.  

La musica va avanti, io vado avanti con lei.  

E tra un ricordo e l’altro, tra un conto e l’altro, mi dico:  

che fortuna avere una vita piena di albe da ricordare… e di albe da aspettare.


Buona notte a chi dorme.  

Buona alba a chi, come me, è sveglio.


---


E intanto il cielo fuori comincia a cambiare.  

Non è ancora alba, è solo un’idea d’alba. Un blu che si fa meno nero, un silenzio che si fa meno fitto.  

Mi piace questa parte della notte. Quella in cui tutto è possibile e niente è ancora successo.


Penso alle prossime estati.  

A quelle pizze mangiate tardi, con le sedie tirate fuori e le chiacchiere che duravano fino a quando le stelle si stancavano.  

Penso alle canzoni che all’epoca sembravano scritte apposta per noi, e che oggi, a 03:00, mi suonano ancora addosso.


Penso a Maria Grazia.  

Al modo in cui anche lei, immagino, in qualche altra notte, sentirà lo stesso profumo e penserà alle stesse cose.  

Ai biscotti, al caffè, al vento che porta le cose buone da una finestra all’altra.


Il conto alla rovescia mi ricorda che il tempo non si ferma.  

Ma i ricordi sì. Quelli restano fermi lì, perfetti, e ogni volta che li riapro sono nuovi.  

E i viaggi che verranno saranno altri ricordi da mettere via, da tirare fuori nelle notti calde, quando il mal di testa se ne va e il sorriso torna da solo.


Tra poco sarà giorno.  

Qui a Chiuduno, al nord, in questa notte di luglio che sa di sud.  

Io resto ancora un po’ sveglio.  

Ad ascoltare.  

Ad aspettare.  

A vivere.


Perché in fondo è questo:  

tra un conto alla rovescia e l’altro, tra un profumo e l’altro,  

*la vita succede.*


---


E adesso che il buio si fa più chiaro, mi viene da ridere.  

Di me, che alle 03:00 scrivo di biscotti.  

Di me, che conto i giorni ma poi mi fermo a contare i profumi.  

Di me, "nordico" che ha imparato dal sud che l’attesa è parte della festa.


Fuori un uccello prova la voce. Timido.  

Poi un altro risponde. E pian piano l’orchestra si sveglia.  

È l’alba che si fa strada, senza fretta, come il fornaio di una volta.


Io non ho fretta.  

Ho questa pagina aperta, ho la musica nelle orecchie, ho il cuore pieno.  

Ho un conto alla rovescia da portare a termine e un altro da iniziare.  

Ho estati passate da ringraziare ed estati nuove da accogliere.


E ho te, Maria Grazia.  

Nel pensiero, nel profumo immaginato, nella promessa di un’altra colazione insieme.  

Con i piedi scalzi, con il caffè caldo, con i biscotti che arrivano dal vento.


Se qualcuno leggerà queste righe alle 03:00, sappia questo:  

non è insonnia. È vita.  

È il momento in cui i ricordi ti tengono per mano e ti dicono "guarda quanto sei stato fortunato".  

È il momento in cui i sogni ti sussurrano "guarda quanto altro ti aspetta".


Chiuduno dorme.  

La Sicilia mi sorride da lontano.  

E io, nel bel mezzo del terzo conto alla rovescia del 2026,  

chiudo gli occhi un secondo…  

e sento già il profumo.


---


Il primo chiarore comincia a disegnare i tetti.  

Un rosa pallido si appoggia sulle colline di Chiuduno, timido, come se avesse paura di svegliare qualcuno.  

Io abbasso il volume della musica di un altro poco. Non voglio coprire questo momento.


Penso a quanto sia strano e bello: essere qui, fermo, e viaggiare comunque.  

Con la testa in Sicilia, col cuore nel prossimo viaggio, con le mani sulla tastiera alle 03:00 di un martedì.  

Tre posti in uno. E sto bene in tutti e tre.


Il conto alla rovescia ticchetta da qualche parte. Non lo sento, ma so che c’è.  

E io gli rispondo a modo mio: con un ricordo in più, con un respiro più lungo, con la voglia di non sprecare nemmeno un minuto di questa attesa.


Perché l’attesa non è vuoto.  

L’attesa è impasto che lievita.  

È il profumo che esce dal forno prima ancora che i biscotti siano pronti.  

È la canzone che parte piano e poi ti prende tutta.


Tra poco qualcuno si alzerà. Si farà il caffè. Aprirà la finestra.  

E chissà, forse anche da qualche parte lì, il vento porterà un odore familiare a qualcun altro.  

E magari anche lui penserà: "wow, era bellissimo".


Io intanto scrivo l’ultima riga di questa notte.  

Non per chiuderla, ma per metterci un segnalibro.  

Perché le notti come questa non finiscono. Ritornano.  

Ogni volta che chiudi gli occhi, ogni volta che senti un profumo, ogni volta che parte una canzone dell’estate.


03:47.  

Il terzo conto alla rovescia del 2026 continua.  

E io con lui.  

Con il sorriso, con i ricordi, con l’alba che sta arrivando.


---


04:12.  

Il rosa si è fatto pesca. Le colline ora hanno un contorno.  

Dalla cucina di qualcuno parte il suono della moka. Quel gorgoglio basso che è il vero "buongiorno".  

E io penso che forse, da qualche parte in Sicilia, proprio ora qualcuno sta sfornando.


Mi viene da immaginare il fornaio. Le mani infarinate, il grembiule, il vapore che esce quando apre il forno.  

Lo stesso rituale di sempre. Da decenni. Che non cambia anche se il mondo corre.  

È rassicurante. È casa.


E io qui, con la tazza vuota accanto e la playlist che è arrivata alla canzone numero 7,  

mi sento parte di quel rituale anche se sono lontano.  

Perché certi profumi non hanno bisogno di chilometri.  

Ti trovano.


Il conto alla rovescia è ancora lì. Terzo.  

Ma io ho smesso di contare i giorni.  

Sto contando le cose:  

1. Un ricordo che scalda  

2. Una canzone che fa battere il cuore  

3. L’idea di un’altra alba con Maria Grazia  

4. Il prossimo viaggio da preparare  

5. Questa notte che non voglio far finire


Potrei andare a dormire.  

Ma sarebbe un peccato.  

Sarebbe come uscire dal forno due minuti prima che i biscotti siano dorati.


Allora resto.  

Guardo il cielo che si fa giorno.  

Ascolto il mondo che si sveglia piano.  

E mi dico: tieni stretto questo attimo.  

Perché gli attimi così, alle 04:00 di luglio,  

sono quelli che poi diventano "ricordi di estati lontane".


E quando arriverà il prossimo conto alla rovescia,  

io ci sarò di nuovo.  

Magari da un’altra parte.  

Magari con lo stesso profumo nell’aria.  

Magari con la stessa persona al mio fianco.


Per ora c’è solo questo.  

Io, la notte che se ne va, e l’alba che bussa.  

E il cuore che, ancora una volta,  

ha capito che *aspettare è già un modo per vivere.*


---


04:36.  

Adesso il cielo è tutto luce chiara. Non è ancora sole pieno, è quella luce che ti invita ad alzarti anche se non hai dormito.  

Chiudo la playlist. Lascio che sia il silenzio del mattino a fare da colonna sonora.


Penso alle valigie che prima o poi dovrò fare.  

Non per scappare da qui, ma per tornare "là".  

A quei vicoli, a quel mare, a quella porta che so già che scricchiolerà allo stesso modo.  

E penso a come sarà bello varcarla con Maria Grazia, di nuovo, e dire: "eccoci".


Il conto alla rovescia continua a correre.  

E io corro con lui, ma senza fiato corto.  

Corro piano. Come chi cammina scalzo e non ha fretta di arrivare.


Fuori un motorino parte. Poi un altro.  

La città si stiracchia.  

E io mi stiracchio con lei, sulle parole.


Scrivo ancora due righe, solo per me:  

Grazie, Sicilia, per i biscotti.  

Grazie, Maria Grazia, per averli trasformati in casa.  

Grazie, notte, per avermi tenuto compagnia.  

Grazie, alba, per arrivare sempre.


04:51.  

Tra poco sarà ufficialmente mattina.  

Il terzo conto alla rovescia del 2026 va avanti.  

E io vado avanti con lui.


Con un ultimo pensiero che metto qui, come si mette l’ultimo biscotto nel sacchetto:  

*la vita è più buona quando la aspetti profumandola


La notte, è bella anche per leggere, ascoltare i racconti antichi.


*Racconti antichi di Sicilia*


### *1. La Colapesce - il ragazzo che regge la Sicilia*

C’era una volta a Messina un ragazzo di nome Cola, soprannominato "Pesce" perché stava in acqua più che a terra. Nuotava meglio dei delfini e conosceva ogni scoglio. 


Un giorno il Re Federico II volle metterlo alla prova: gli buttò in mare una coppa d’oro. Cola si tuffò e tornò su. Poi un calice. Poi una corona.  

Alla fine il Re gli chiese: "E dimmi, cosa hai visto giù in fondo?".  

Cola rispose: "Maestà, ho visto che la Sicilia poggia su tre colonne. Due sono solide. La terza si sta sgretolando. E un gigante, Empedocle, la tiene su con le spalle". 


Il Re non ci credette e lo sfidò un’ultima volta: "Tuffati e portami una prova".  

Cola si tuffò… e non tornò più.  

Da allora si dice che quando la terra trema, è Cola che si sta spostando per riposare le spalle. E che finché ci sarà qualcuno che ama la Sicilia, lui non la lascerà cadere.


_Morale antica_: la Sicilia la tengono su quelli che ci credono, anche a costo di fatica.


### *2. Donna Peppa e il vento di Scirocco*

A Licata viveva Donna Peppa, una guaritrice. Conosceva le erbe, le preghiere, e i giorni giusti per fare il pane. 


Quando arrivava lo Scirocco, quel vento caldo che fa girare la testa e litigano anche i muri, la gente andava da lei.  

Lei apriva la porta, annusava l’aria e diceva: "Oggi non si semina, oggi si aspetta".  

Poi metteva a bollire acqua con alloro e buccia d’arancia, e la lasciava evaporare. "Così il vento entra in casa e se ne va più buono" diceva.


Una volta uno straniero rise: "Sono solo superstizioni".  

Quella notte lo Scirocco fu fortissimo. Solo la casa di Donna Peppa rimase calma.  

La mattina lo straniero bussò: "Insegnatemi".  

E lei: "Figghiu miu, non si comanda il vento. Gli si fa posto. Come si fa posto al dolore, alla gioia, all’attesa".


_Morale antica_: certe cose non si combattono. Si attraversano, con un profumo in casa.


### *3. I Tre Fratelli di Catania e l’Etna che dorme*

Si racconta che sotto l’Etna vivano tre fratelli: Fuoco, Cenere e Acqua.  

Fuoco è irruento, vuole uscire sempre. Cenere è vecchio e saggio, copre tutto per farlo riposare. Acqua scorre sotto, fresca, e parla piano.


Quando gli uomini litigano troppo, Fuoco si arrabbia e l’Etna fuma.  

Quando gli uomini dimenticano da dove vengono, Cenere scende e copre i campi, per farli ricordare che tutto torna alla terra.  

Quando gli uomini si vogliono bene, Acqua sale nelle fontane e il paese canta.


La nonna diceva: "Se senti l’Etna brontolare la notte, non avere paura. Sono i tre fratelli che stanno parlando. Domani porteranno qualcosa: o fuoco per scaldare, o cenere per concimare, o acqua per lavare".


_Morale antica_: la terra è viva. E ci parla. Basta saperla ascoltare alle 03:00.


### *4. La Bella di Partinico e il profumo che fermava il tempo*

A Partinico viveva una ragazza che tutti chiamavano "la Bella". Non era bella per i capelli o per gli occhi, ma per le mani. Con quelle mani impastava il pane e sfornava biscotti che profumavano a chilometri. 


Si diceva che il suo forno avesse un segreto: lei ci metteva dentro, insieme alla farina, un pizzico di ricordi. Il ricordo della prima pioggia d’autunno, il ricordo di una risata, il ricordo di chi non c’era più. 


Un’estate arrivò un signore di città, di fretta, con l’orologio sempre in mano. Entrò per comprare il pane e rimase.  

"Che ore sono?" chiese.  

"Quella giusta" rispose la Bella.  

Lui mangiò un biscotto caldo e all’improvviso l’orologio si fermò. Il tempo si allungò. Fuori il sole stava basso per ore, le cicale cantavano piano, e il vento portava il profumo fino al mare.


Il signore tornò il giorno dopo. E quello dopo ancora. Fino a quando capì che non era il pane che cercava. Era il modo di aspettarlo.  

La sera prima di partire le disse: "In città il tempo corre e non porta niente. Qui si ferma e mi ha dato tutto".  

La Bella sorrise e gli mise in mano un biscotto ancora tiepido: "Portatelo con voi. Quando vi sembrerà di non avere tempo, spezzatelo. Il profumo vi ricorderà di rallentare".


Da allora a Partinico si dice che se passi la mattina presto e senti profumo di biscotti senza vedere forni accesi, è lei che sta impastando. E il tempo, per rispetto, si ferma un attimo ad annusare.


_Morale antica_: il tempo non si guadagna. Si profuma..*


*Usi e costumi: racconti di vita quotidiana nella Sicilia di una volta*  

_Fornai, pescatori, minatori, contadini - vitaquotiànavita_


Queste sono le storie che non stanno sui libri. Stanno nel profumo, nelle mani, nelle albe.


### *1. I Fornai - "Quelli che svegliano il paese"*

Alle 2:00 di notte il paese dormiva ancora. Ma alla _furnara_ c’era già luce.  

Il fornaio si alzava prima di tutti. Mani infarinate, schiena che sapeva il peso dei sacchi. L’impasto lievitava nella _madia_ di legno, coperta con le coperte vecchie come si fa con i bambini.


Verso le 4:00 apriva il forno a legna. La fiamma doveva "cantare" giusto. Troppo forte bruciava, troppo bassa afflosciava il pane.  

Il primo profumo usciva alle 5:00. Era il segnale. Le massaie aprivano le finestre. I bambini si svegliavano da soli. 


*Usi:* 

- Il pane non si buttava mai. Se avanzava diventava _pani cunzatu_, _pani frattau_, o briciole per le galline.

- Il primo pane del giorno si segnava con la croce prima di infornarlo. "Per benedire la casa di chi lo mangia" diceva il fornaio.

- A credito si segnava col gesso sulla porta. Nessuno scappava. Era questione d’onore.


Il fornaio non vendeva solo pane. Sapeva chi stava male, chi si era sposato, chi aveva perso qualcuno. Perché alle 5 del mattino la gente parla.


### *2. I Pescatori - "Quelli che parlano col mare"*

A Trapani, a Pozzallo, a San Vito, la sveglia era il mare. Non l’orologio.  

Si partiva alle 3:00, quando il cielo era ancora nero e le stelle si specchiavano. La _paranza_ scricchiolava, le reti odoravano di sale e di ieri.


*Usi:*

- Prima di salpare si faceva il segno della croce e si buttava una moneta in acqua. "Pi bon auspiciu".

- A bordo non si fischiava. Portava sfortuna. E le donne non salivano sulla barca il giorno della partenza.

- Quando tornavano, le donne aspettavano al porto. Se il cesto era pieno facevano festa. Se era vuoto facevano frittata con le cipolle e non dicevano niente. Il mare decide.


Il pesce si vendeva all’asta, sulla banchina. Gridavano forte, veloce, in dialetto. In 10 minuti si decideva il pranzo di mezzo paese.  

E la sera, con le reti da rammendare, si raccontavano le storie: della sirena, della tempesta, del pesce grosso che si è liberato all’ultimo.


### *3. I Minatori - "Quelli di zolfo"*

Nelle zolfare di Caltanissetta, Enna, Agrigento la giornata iniziava sottoterra.  

Giù, con la _lampa_ in testa e il piccone in mano. Faceva caldo, puzzava di zolfo, e il respiro era corto. 


I _carusi_ erano i ragazzini. Portavano il minerale su per le scale a spalle, in ceste. 14 anni, 15 anni, e la schiena già vecchia.  

*Usi:*

- Prima di entrare si toccava il Crocifisso all’imbocco della galleria.

- A mezzogiorno si mangiava pane, cipolla e pomodoro, seduti per terra. L’acqua sapeva di metallo.

- Quando moriva qualcuno, il paese intero taceva. Le donne mettevano il lutto e il pane del fornaio arrivava senza essere pagato.


I minatori cantavano sottovoce per contare i colpi. E quando uscivano, la prima cosa era guardare il cielo. Anche se erano le 6 di sera. "Per ricordarsi com’è fatto" dicevano.


### *4. I Contadini - "Quelli che parlano con la terra"*

Nelle campagne di Ragusa, Catania, Palermo la giornata iniziava col gallo.  

L’aratro, i muli, la zappa. La terra si lavorava a piedi nudi per "sentirla". 


*Usi:*

- Si seminava a luna calante. "Altrimenti l’erba cresce più del grano".

- Durante la mietitura le donne portavano l’acqua e il _cunsu_: pane, olive, formaggio, vino in fiasco. Si mangiava tutti sotto un albero, all’ombra.

- A ferragosto si benedivano i campi. Il prete passava e buttava acqua santa sui solchi.

- Dopo il raccolto si faceva la _cuddura_: il pane grande a forma di ciambella da dividere con i vicini.


Il contadino guardava il cielo più che l’orologio. Sapeva quando sarebbe piovuto dall’odore del vento. Sapeva se l’anno sarebbe stato buono dal volo delle rondini.


La sera si stava fuori. Si raccontava. Si cantava. E i vecchi dicevano: "La terra ti dà quello che le dai tu. Se le vuoi bene, ti risponde".


### *5. Le Massaie e la Domenica - "Quelli che tenevano insieme tutto"*

La domenica iniziava il sabato sera.  

Dopo che gli uomini tornavano, le massaie impastavano. Non per il pane. Per la festa.  

Dalle 4:00 del pomeriggio le cucine profumavano di sugo che doveva "pippiare" piano per tutta la notte. 


*Usi:*

- La mattina si andava a messa tutti insieme. Vestiti buoni, anche se rattoppati. I bambini con i capelli bagnati e pettinati col limone.

- Dopo messa si faceva il giro. Dalla zia, dalla cugina, dalla comare. Nessuno bussava. Si entrava e si diceva "Salutamu".

- A tavola c’era sempre un posto in più. Per chi passava, per chi non aveva. "A tavola si è tutti figli di Dio" dicevano.

- Dopo pranzo gli uomini giocavano a carte fuori, all’ombra. Le donne lavavano e intanto raccontavano. I bambini correvano scalzi.


La domenica sera si preparava il pane per tutta la settimana. E si metteva da parte qualcosa: un uovo, un pezzo di formaggio, due soldi. "Pi i jorna storti".  

Le massaie non avevano ferie. Ma avevano le mani che sapevano trasformare poco in tanto. Un pugno di farina diventava festa. Una cipolla diventava sugo. Una storia diventava compagnia.


---


*Il filo che li lega tutti*  

Fornaio, pescatore, minatore, contadino, massaia.  

Si alzavano prima del sole. Avevano le mani segnate.  

Non avevano molto, ma la tavola non mancava mai.  

E la domenica, dopo la messa, tutti si ritrovavano:  

col profumo del pane, col sale addosso, con la polvere di zolfo lavata via,  

con la terra sotto le unghie.  

Si scambiavano: un pezzo di pane, un pesce, un cesto di pomodori, una storia.


Perché in Sicilia una volta la vita si misurava così:  

non in ore, ma in profumi.

  

Non in soldi, ma in gesti.ges 

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