Spotify.
Scopro Spotify grazie a mia figlia.
Nel 2022 inizio a usarlo con il mio smartphone. Ne resto colpito e affascinato.
Per chi come me, in Italia, non può permettersi di acquistare CD, Spotify è un’alternativa che ci sta.
E per uno come me che vive 24 ore su 24 con la musica, suonata, ascoltata e composta, quella di Spotify è un’opportunità da cogliere al volo.
Nel 2022 inizio ad ascoltare la musica su Spotify.
Si rivelerà per me una bella avventura. Perché non solo ritroverò la grande musica del passato, la musica senza tempo, ma avrò modo di ascoltare la musica del presente, di scoprirne di nuova, e di ascoltare anche quella del futuro.
Insomma, Spotify si rivelerà per me non solo il piacere di ascoltare la musica.
Si rivelerà per me una terapia vera.
Con le cuffie, ascoltando la musica, mi rilasso o mi ricarico a seconda del momento.
La notte, quando Bergamo dorme, metto le cuffie e viaggio.
Un album di quando avevo vent’anni, poi una playlist che non conoscevo.
Una canzone mi ferma, un’altra mi spinge a sedermi al pianoforte.
Scopro artisti che cantano in lingue che non parlo, eppure li capisco.
Ho imparato a creare le mie liste.
“Notte alle 03:00”, “Pomeriggio con Maria Grazia”, “Ispirazione”.
Basta un tocco e la casa cambia atmosfera.
Spotify mi ha restituito tempo.
Tempo per ascoltare meglio, per andare in profondità, per sbagliare e ricominciare.
Mi ha ricordato che la musica non è un lusso. È pane.
E a volte è anche bussola.
Nei giorni in cui la salute fa i capricci, o la mente è stanca, cerco suoni morbidi, archi lenti, piano solo.
Mi adagio lì dentro e respiro.
Altri giorni, invece, mi serve energia: ritmo, voci, bassi che muovono le gambe anche da seduto.
Ho ritrovato dischi che credevo perduti.
Ne ho scoperti che non avrei mai incontrato in un negozio.
E ho capito che il futuro della musica passa anche da qui, da questo schermo piccolo, da questa cuffia addosso.
Con Maria Grazia lo usiamo anche al sabato.
Mentre lei prepara qualcosa in cucina, io metto la nostra musica.
Cantiamo, parliamo, ci guardiamo.
Ecco: anche un’applicazione può diventare memoria.
Spotify per me non è solo una piattaforma.
È compagnia, è studio, è gioco, è cura.
È la porta sempre aperta su un mare di suoni.
Col tempo ho iniziato a usarlo anche per comporre.
Metto in loop un giro di accordi, lo ascolto venti volte, lo smonto.
Poi cerco lo stesso brano suonato da altri, in versioni diverse, in altre città.
Rubacchio idee con rispetto. Imparo.
Mi piace perdermi nelle radio generate.
Parte una canzone che amo e Spotify mi porta per mano.
“Se ti piace questo, prova anche quello.”
E spesso ha ragione.
Ho fatto pace anche con i silenzi tra una traccia e l’altra.
Perché il silenzio, dopo la musica giusta, è parte della musica.
E quando la notte si fa lunga e il mal di testa bussa, abbasso il volume, chiudo gli occhi e lascio che siano le note a parlare al posto mio.
Non è perfetto. Non serve che lo sia.
Serve che ci sia, sempre.
Un tasto, un respiro, e la vita torna a ritmo.
Evviva Spotify.
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