Monologo d'arte: Notte e caffè.Monologo d'arte: Notte e caffè. Questo è un racconto inventato ma ispirato a qualcosa di reale che potrebbe succedere per davvero, un qualcosa di bello, surreale, divertente, che fa sorridere. *03:40 – Cucina accesa* La luce dei pensili taglia il buio. Fuori non passa nessuno. Sul fuoco la moka inizia a brontolare, piano, per non rompere il silenzio. Al tavolo Maria Grazia versa lo zucchero con due colpi secchi. Accanto a lei, tre amiche del caffè: tazzine già in mano, occhi svegli nonostante l’ora. Nessuno parla. Si sorridono e basta. La mia signora si siede ultima, si sistema la gonna, allunga le gambe sotto il tavolo. Un tocco, leggero. Un altro. Una delle amiche risponde, l’altra rilancia. Inizia così, senza regole dette: un gioco di piedino che è sfida, intesa, arte improvvisata. Io sto in piedi, appoggiato al frigo, con la tazzina che scotta. Guardo le caviglie che si sfiorano, i sorrisi che si allargano, i “ops” detti a mezza voce. Maria Grazia fa l’arbitro senza fischietto: alza un sopracciglio, indica, assegna punti muti. La moka gorgoglia l’ultimo fiato e si spegne da sola. Per un attimo cala di nuovo il silenzio. Poi parte una risata, una sola, che ne tira dietro altre tre. Fuori è ancora notte fonda. Qui dentro, alle 03:40, è già festa. *Ore 03:40. Sono seduto al tavolo, non vedente.* Non vedo, ma sento tutto. La moka sibila e poi tace. Il profumo del caffè mi riempie il naso, caldo, netto. Sento le sedie che si spostano. Tre, quattro. Risatine soffocate. Il tintinnio delle tazzine. Maria Grazia è alla mia destra. Riconosco il suo respiro, il modo in cui si sistema sulla sedia prima di iniziare. Poi parte. Un fruscio leggero sotto il tavolo. Stoffa contro pelle. Un colpo di tacco sul pavimento, involontario. Un “oh” trattenuto, poi un’altra risata, bassa. Mia moglie è presa. La sento. Muove il piede con precisione, come quando disegna nell’aria mentre parla. Sento lo sfiorare, il cercare, il rispondere delle altre. È un gioco muto, ma per me è rumoroso: il tavolo che vibra appena, il respiro di Maria Grazia che cambia ritmo, più corto quando affonda il colpo, più lungo quando aspetta. Le amiche del caffè commentano senza parole. Un sospiro, un dito che tamburella sulla tazzina, un piede che si ritira di scatto e fa ridere tutte. Maria Grazia non parla. Lei comanda con il silenzio. La sento sorridere: lo capisco da come si ferma un secondo, soddisfatta, prima di rilanciare. Io ho il caffè in mano, fermo. Non lo bevo. Ascolto i dettagli che gli occhi non mi darebbero: l’attrito della pelle, il colpo secco di un’unghia contro la gamba della sedia, il vestito di mia moglie che fruscia quando incrocia le gambe per cambiare angolo. Qualcuno fa “shhh”, ma è inutile. La risata parte lo stesso, e io con loro. Rido perché sento Maria Grazia viva, impegnata, regina di questo gioco che non vedo ma che conosco a memoria. Ore 03:40. Il mondo fuori è spento. Io sono qui, al buio, eppure non mi sono mai perso una scena così tanto. Il tavolo ora ha un ritmo suo. Lo sento nelle vibrazioni leggere che mi arrivano ai polsi appoggiati al legno. Maria Grazia si sposta appena. La sento inspirare, breve, concentrata. Poi il suo piede riparte. Sfiora, aggira, tocca. Dall’altra parte arriva una risposta: un colpetto secco, una sfida. Io seguo tutto con le orecchie, con la pelle. Una delle amiche sbuffa piano, divertita. Un’altra fa tintinnare il cucchiaino nella tazzina, forse per coprire una risata che non riesce a trattenere. Maria Grazia non cede. La sento sorridere senza suono, perché il silenzio tra un respiro e l’altro si fa più caldo. Adesso il gioco accelera. Passi sotto il tavolo, veloci. Un tallone che batte, una caviglia che scivola. Sento il vestito di mia moglie frusciare più forte quando si allunga per chiudere il punto. Poi lo stop. Un secondo sospeso. E parte l’applauso muto: tre mani che battono piano sul tavolo, tre bocche che ridono a denti stretti. Maria Grazia si appoggia allo schienale. La sento. È soddisfatta. Ha vinto, o forse ha solo deciso che per ora basta. Allunga la mano, trova la mia sul tavolo e la stringe. Ha le dita calde di caffè e di gioco. Non dice niente. Non serve. Io alzo la tazzina finalmente. Il caffè è tiepido ormai. Lo bevo lo stesso. Perché alle 03:40, al buio, con mia moglie che si prende la scena senza dire una parola, ha il sapore più buono del mondo. *03:50. Il tavolo, le voci, la notte.* La moka ormai tace. Resta solo il profumo, denso, che si mescola all’aria ferma delle 03:50. Le tazzine sono mezze vuote. Nessuna ha fretta di alzarsi. Maria Grazia parla piano. Non del gioco, ma di una storia qualunque: una spesa fatta male, un gatto che è entrato nel cortile sbagliato. Le amiche la seguono, ridono a denti stretti per non fare rumore. Le risate sono piccole onde che si rincorrono, si smorzano contro i muri, e tornano. Io sono seduto, le mani sul legno del tavolo. Sento il calore che sale ancora dalle tazze. Sento il respiro di mia moglie quando fa una pausa prima della battuta finale. Sento le sedie che scricchiolano quando qualcuna si sposta per stare più comoda. Fuori, da qualche parte, un’auto passa lontana. Qui dentro il tempo è un’altra cosa. È il tempo lento delle confidenze dette a bassa voce, dei silenzi che non sono vuoti ma pieni. È il tempo delle 03:50 che non appartiene a nessuno, se non a chi decide di restare sveglio. Maria Grazia allunga la mano, mi sfiora il polso. Un gesto che dice “sei qui anche tu”. Non serve altro. Poi una delle amiche sbadiglia, e ride del proprio sbadiglio. Un’altra guarda l’ora sul telefono e fa no con la testa, come a dire “non ancora”. Perché la notte, quando è così, non la lasci andare facile. L’epilogo arriva da solo. Un filo di luce pallida si infila dalle persiane. Non è giorno, è solo l’idea del giorno. Le voci si abbassano ancora un po’. Qualcuno si alza per sciacquare le tazzine. Maria Grazia mi appoggia la testa sulla spalla per un secondo. E alle 04:10, in quella cucina che sa di caffè e di ore rubate, la notte ci saluta piano. Senza botto, senza fretta. Solo con la certezza che certe atmosfere, quando le vivi, te le porti dietro tutta la giornata dopo.

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