La notte è vita.
C’è una cosa che non ho mai perso, nonostante tutto: la mia gioia di vivere, quella scintilla che mi tiene acceso anche quando il corpo fa i capricci. È una gioia semplice, ostinata, che si mescola alla mia voglia di vivere e alla mia felicità di stare al mondo, anche nei giorni più storti.
Da sempre amo la notte. Non solo il buio, ma il modo in cui il mondo si spegne e finalmente respira. Da qualche tempo ho riscoperto anche la bellezza di ascoltare il silenzio notturno: un silenzio che non è vuoto, ma pieno. Pieno di spazio, di possibilità, di pensieri che di giorno non trovano posto.
E lì, in quel silenzio, ho scoperto un’altra cosa: scrivere, comporre versi o musica di notte è un’esperienza surreale. Per chi, come me, fa arte per pura gioia di vivere, è come aprire una porta segreta. Una porta che vale la pena attraversare ogni tanto, quando la vita te lo permette.
A volte ci riesco grazie a mio genero: mi sveglia, mi dà l’occasione, e io la prendo. E così vivo la notte. La vivo con la mia arte, con la mia anima, con quello che sono.
Nonostante la mia patologia cronica — che ogni giorno, o quasi, mi regala forti mal di testa e dolori lancinanti alle cavità oculari — quando il dolore mi lascia tregua, io colgo l’attimo. La pensione è bella anche per questo: posso scegliere i miei tempi, posso riposare quando serve, posso vivere quando sento che vale la pena farlo.
Così, quando sto sveglio dalle tre del mattino, arrivo all’ora di pranzo felice. Felice perché ho fatto giornata, perché ho vissuto, perché ho creato. E dopo pranzo, a seconda di come va, mi dedico ai film, alla lettura, alla musica. Fino alla sera, con calma, con gratitudine.
Col passare del tempo, mi sono accorto che la notte non è soltanto un momento della giornata: è un modo di essere. È come se avesse una porta tutta sua, una porta che si apre solo per chi sa ascoltare. E io, dopo anni, ho imparato ad ascoltarla davvero.
C’è un istante preciso, quasi impercettibile, in cui la notte cambia. Non è più solo buio: diventa complice. È quando il mondo dorme e io invece mi sveglio dentro, come se la mia anima avesse un orologio diverso da quello del corpo.
In quei momenti, mi capita di guardarmi dentro con una sincerità che di giorno non riesco ad avere. La notte non giudica, non pretende, non mette fretta. La notte ti lascia essere. E allora io sono: con la mia arte, con la mia storia, con la mia voglia di vivere che non si arrende mai.
A volte mi sorprendo a sorridere da solo, mentre scrivo una frase che non sapevo di avere dentro, o mentre una melodia mi attraversa come un soffio. È una felicità strana, silenziosa, ma profondissima. Una felicità che non ha bisogno di applausi, né di pubblico. È la felicità di chi crea per il semplice gusto di respirare.
E quando il dolore torna — perché torna, sempre — non mi arrabbio più come una volta. Lo accolgo, lo riconosco, e gli dico: “Va bene, oggi tocca a te”. Ma so che ci saranno notti in cui lui dormirà e io no. E quelle notti saranno mie, completamente mie.
Poi arriva il mattino, e con lui la vita di tutti i giorni. Maria Grazia che si muove per casa, il profumo del caffè, la luce che entra dalle finestre. E io, che ho già vissuto un mondo intero prima che il mondo si svegli.
La verità è che vivere di notte mi ha insegnato una cosa semplice: la vita non va misurata in ore, ma in intensità. E la mia intensità, spesso, nasce proprio quando tutto tace.
Alla fine, ciò che resta non è la notte in sé, né il silenzio, né le ore passate a scrivere o a comporre. Ciò che resta è la sensazione di aver vissuto davvero
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